In giro per il Mondo, il Sud nel cuore
Anno di pubblicazione: 2009
Prefazione di Gianfranco Viesti, a cura di Luca Paolazzi
Questa raccolta di scritti di Pietro Busetta viene pubblicata in un momento opportuno. Per due principali motivi.
Il primo è che nell’analisi del Mezzogiorno, ed in generale delle tendenze geografiche dello sviluppo, dell’economia, della società meridionale, sono scomparsi i fatti. E sono stati sostituiti dai preconcetti.
Negli anni coperti dagli scritti di Busetta sono accaduti molti fatti importanti in Italia ed in particolare nel Mezzogiorno. Di segno positivo e di segno negativo. Vi è stato, a cavallo del nuovo secolo, un periodo in cui l’economia meridionale ha mostrato una nuova vivacità, e, seppur a tassi complessivamente modesti, ha segnato una crescita economica superiore a quella media nazionale. Questo periodo è stato caratterizzato da dinamiche economiche interessanti: dalla crescita delle esportazioni di beni e di servizi (prevalentemente turistici), segno di una capacità del Sud di integrarsi con l’economia europea ed internazionale. Contemporaneamente, dal ridursi della rilevanza della spesa e dell’occupazione pubblica nell’economia meridionale (per quanto assai meno nelle regioni a statuto speciale ed in particolare in Sicilia). Da un significativo contrarsi – leggibile nei dati della Banca d’Italia – del peso dei trasferimenti dal Centro-Nord verso il Sud, passati da circa il 20% del reddito della circoscrizione meridionale all’inizio degli anni 90 a circa il 13% alla fine dell’attuale decennio. Anni caratterizzati da una accentuata natalità imprenditoriale, indicatore certo ambivalente, fra desiderio di autoimprenditorialità e disperazione delle iniziative marginali, ma comunque nuovo. Vi è stato poi, in corrispondenza con una verticale caduta complessiva della competitività del nostro paese, un forte rallentamento anche del Sud. Alcuni anni con uno scarto di crescita, per quanto di piccolissima dimensione, daccapo negativo nei confronti del Centro-Nord; frutto di dinamiche diverse sul mercato del lavoro. Con persistente, larga, inattività, soprattutto femminile, al Sud; e da una crescita esponenziale del numero di occupati stranieri, specie nel Nord-Est. Anni, in entrambe le circoscrizioni, di una preoccupante stasi della produttività, motore primo di un accresciuto benessere per i lavoratori e di rinnovata capacità finanziaria per investire delle imprese. E caratterizzato della stasi del reddito reale degli occupati meridionali, a fronte di una crescita, modesta ma costante, nel Centro-Nord. E dunque dal divaricarsi sensibile delle dinamiche salariali, con uno scarto nel costo del lavoro fra Sud e resto del Paese, che ormai si avvicina ai 20 punti, cioè tanto quanto lo scarto di produttività. E infine la tremenda crisi avviatasi nel 2008, con dati negativi sull’economia mai visti e con timore di dati negativi sull’occupazione.
E insieme ai cambiamenti dell’economia, quelli della politica e della società. Le grandi trasformazioni politiche, con la accentuata mobilità del voto dei meridionali. L’affermarsi dei nuovi sindaci, e molti segni di un loro declino – anche se con storie diverse da area ad area, da città a città. Le vicende delle amministrazioni regionali, segnate da molte difficoltà, ma anche da realizzazioni e risultati. E i cambiamenti più profondi, nella società: dalle difficoltà ma anche dagli innegabili successi della lotta contro la criminalità organizzata, da Locri all’antipizzo siciliano, al profondo processo di aumento della scolarizzazione dei giovani del Sud.
Di tutto questo in Italia, nelle televisioni e nei giornali, nei libri e nelle riviste scientifiche, nelle università e nei dibattiti culturali, non vi è quasi traccia. Si sono persi i fatti. Si è perso l’interesse per descrivere ed interpretare ciò che cambia e ciò che permane, di sottolineare con speranza le novità più positive e con onestà quelle negative. I fatti sono stati sostituiti dai pregiudizi, dal sentito dire, dai luoghi comuni. Naturalmente, in alcuni casi questi pregiudizi trovano riscontro; ma in molti altri no. E ciò che colpisce è soprattutto che un pregiudizio, per definizione, non cambia; a differenza della realtà. Difficile dire in quale percentuale a costruire questo pregiudizio contribuiscano disattenzione e ignoranza ovvero una costruzione scientifica, finalizzata. Certo è che il coro degli studiosi e degli opinionisti, che come in una sinfonia si dà voce e canta sulle stesse note, è unanime. Il Sud non può che essere (e non potrà che essere sempre) altro rispetto all’Italia seria; popolo straccione, piagnone, e che vive alle spalle dei lavoratori del Nord; classi dirigenti tutte, sempre e comunque, corrotte e corruttrici; amministrazioni che non producono mai servizi ma allevano solo criminalità e clientele. Che sia il rettore della prestigiosa università privata o il corsivista di successo del grande quotidiano d’informazione, temi e conclusioni non mutano. Mutano negli ultimi anni i toni: che – a segnare il successo culturale indiscusso del peggior leghismo – sono sempre più intrisi di disprezzo e di dileggio.
Un abisso separa questa rappresentazione dalle pagine di Busetta. In primo luogo perché non sono pagine prevenute: non scelgono gli occhiali in base a che cosa desiderano vedere della realtà, ma la descrivono. La comparano con altre realtà. Vanno a fondo su temi e problemi, spesso accompagnate dal grande lavoro e dal grande sforzo quantitativo che Busetta fa da anni per misurare i fenomeni; darne corretta percezione di grandezza e dinamiche.
Due i motivi, si diceva all’inizio, per sottolineare l’opportunità e il tempismo di questo volume. Il primo, la scomparsa dei fatti. Il secondo, la scomparsa delle opinioni. Di quali politiche economiche occorra fare per accompagnare lo sviluppo territoriale del nostro paese, per favorire la crescita del Mezzogiorno, per stimolare l’impiego delle vaste risorse umane largamente sottoutilizzate che ci sono nel Mezzogiorno, ormai si discute in pochissimi. Eppure ve ne sarebbero ampi margini. Vi è l’esperienza lunga delle politiche di sviluppo territoriale e quella più breve della Nuova Programmazione. Vi sono le scelte che sono state compiute, o quelle che sono state annunciate. Vi sono soprattutto dati, informazioni, valutazioni (disponibili come non mai nel Mezzogiorno contemporaneo e in misura anche maggiore rispetto al resto del paese) su quello che si è fatto. Sugli interventi prescelti, la loro numerosità, la loro dimensione, la loro integrazione. Sui tempi e sulle modalità della loro realizzazione, utilizzando anche termini gergali – ad esempio i “progetti coerenti” – per illustrare e comprendere le strategie di investimento dei grandi attori nazionali e delle amministrazioni locali. Sulla scelta di fondo se favorire gli investimenti pubblici diretti o favorire con incentivi quelli privati; e fra i primi, se favorire “grandi opere” e quali o intervenire a spettro più largo; e fra i secondi se muoversi su base negoziale, valutativa o automatica. Tutto questo torna nelle pagine di Busetta, ma scompare nel panorama nazionale.
Il vero interrogativo ormai non è come fare le politiche di sviluppo del Mezzogiorno, ma come riuscire a non farle. Negli ultimi anni abbiamo imparato moltissimo: la rinnovata capacità di utilizzare le risorse straordinarie per mascherare la mancata spesa di quelle ordinarie, di cui è indiscusso maestro il gruppo FS; i mille strumenti per non raggiungere obiettivi di spesa prefissati, come il mitico 45% della spesa pubblica in conto capitale, ormai definitivamente cancellato dall’ultimo DPEF. E, con i decreti attuativi del federalismo fiscale, potremo forse impararne di nuove: come fissare molto in basso (o come non fissare affatto) l’asticella delle prestazioni essenziali per i cittadini per ridurre i flussi finanziari perequativi per i diversi fabbisogni dei cittadini delle diverse regioni a statuto ordinario; come ridurre, con i meccanismi di perequazione parziale, le risorse che in teoria dovrebbero servire per le politiche discrezionali degli enti locali. Come difendere a priori le risorse delle regioni a statuto speciale. Una discussione virtuale, sotterranea. Che quando raramente emerge tocca corde antiche. Il problema è che i meridionali sono pagati troppo rispetto alla produttività: tema corretto, ma che ignora del tutto il divaricarsi delle retribuzioni; il problema è che la vita al Sud costa di meno: nuovo cavallo di battaglia, indipendentemente dal fatto che non ci sono dati completi, che è assai difficile costruire panieri diversi con beni e servizi della stessa qualità, che vi sono disparità fra città e campagne probabilmente maggiori di quelle fra circoscrizioni. Consola poco che persino la Banca Mondiale, nel suo ultimo Rapporto sullo Sviluppo, riduca il complesso dibattito sullo sviluppo regionale ad una mera questione di incentivo alle migrazioni. L’importante è che si discuta di come riuscire a non fare alcuna politica.
Risalire la corrente culturale e politica non sarà semplice. Ma occorre sempre e comunque farlo. Dunque bene, contributi come questi, che cercano sempre di partire dai fatti e dalla realtà. E lo sforzo di discutere su come si può provare a cambiarla, a migliorarla. Dibattendo, è normale confrontare opinioni diverse; affiancare accordo e disaccordo; in una comunità scientifica è normale; e il lettore, così come chi scrive, potrà trovare nelle pagine che seguono tesi da sottoscrivere e tesi da discutere. Ma vi troverà pagine documentate e animate da passione: merce rara, di questi tempi.
Pubblicato il 21/04/2010 09:28 da Simona